Cuba, un diario di viaggio memorabile

L’idea di andare a Cuba l’ avevamo in mente da tempo, ognuna per sé. Non immaginavamo certo che ci saremmo andate insieme.

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Volevo fare un viaggio a Cuba, ma, non conoscendo nessuno che volesse venire, avevo deciso di partire da sola. Ero su internet alla ricerca di qualche volo economico, quando mi telefona Giuliana, una ragazza che avevo conosciuto da poco e con la quale stavo lavorando ad un progetto. “Valeria, vai a Cuba e non mi dici nulla? Voglio venire anche io”.

All’inizio, non vi nascondo, che avevo timore che volesse fare un viaggio di quelli organizzati, infiocchettati “volo + hotel + escursioni + braccialetto di riconoscimento”Aiuto!. Invece all’acquisto del biglietto, scopro che lei aveva il mio stesso timore. “Vale non è che vuoi prenotare anche l’ Hotel? No, perchè io vorrei girare con la Lonely planet”. Non potete capire la mia gioia nell’udire le sue parole! Eravamo in due a volere la stessa cosa! Come si è aggregata Mary, non ve lo so raccontare nello specifico.  A differenza di Giuliana, non la conoscevo prima. So solo che si era messa in lista d’attesa (il volo era pieno) e che è riuscita ad occupare un posto lasciato libero all’ultimo momento da qualcuno che, inconsapevolmente, ci ha regalato un viaggio memorabile in tre sull’ Isola. 🙂

Tralasciando le altre vicissitudini accadute prima della partenza, diciamo solo che il volo Blu Pnorama, in cooperazione con Cubana de Aviación, partenza prevista da Roma FCO, per le 14.30, a causa di un guasto tecnico, porterà 5 ore di ritardo. Ci mettono a disposizione una stanza di albergo, il pranzo e poi anche la cena, considerando che verso le 20.00 ci informano che il nostro aereo non verrà riparato, ma sostituito da un altro vettore. Disagi a parte, il personale di terra è davvero eccellente e l’entusiasmo che abbiamo nel conoscere la perla del Caribe  è tale che utilizziamo ogni angolo dell’hotel, sedia, poltrona, letto per dormire, pur di arrivare fresche e pimpanti nella terra che sogniamo tanto.

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Ci riportano in aeroporto a mezzanotte e ci fanno imbarcare alle 2.00 (con già quasi 12 ore di ritardo). Alla vista dell’aereo (abbastanza fatiscente) 5 passeggeri chiedono di scendere. Altre 3 ore per espletare la procedura di sbarco, di riconoscimento bagagli e poi di rifornimento carburante (con noi a bordo). Insomma, dopo 15 ore di ritardo e altre 12 di volo –  con scalo a Santiago – (Superfluo sottolineare che anche in aereo abbiamo dormito quasi per 12 ore di fila) atterriamo finalmente a L’Habana, l’8 marzo alle ore 12.00 locali.

30Come detto, non amando per nulla i pacchetti vacanze, prenotiamo oltre al volo  Roma-L’Habana A/R, solo un’auto a noleggio che ci avrebbe scarrozzato per gli otre 1500 km di strade secondarie percorse.

La prima sera troviamo sistemazione in una casa particular nel barrio Miramar, un quartiere residenziale sul mare, alla fine del Malecón. La casa è grande, e la proprietaria insiste nel darci due stanze da letto al prezzo di 30 CUC a stanza. Poi impareremo che si può  spendere molto meno.

A Cuba vi sono due valute ufficiali, il peso convertible CUC (valuta utilizzata dai turisti e dagli stessi cubani per pagare benzina, alberghi, ristoranti e la maggior parte di cibi e prodotti d’importazione) e il peso cubano CUP, utilizzato principalmente dai Cubani. Il CUC, per intenderci, corrisponde al dollaro americano, nonostante il cambio dollaro americano – CUC sia tassato del 10%. Consigliamo, quindi, di arrivare a Cuba con Euro e mai con dollari. Il peso cubano CUP, invece, si usa solo per pagare nei mercati agroalimentari dove si può comprare a prezzi economici frutta e verdura e per pagare i taxi collettivi cubani con mete prefissate. Un CUC corrisponde a 24 pesos cubani CUP. Venute a conoscenza di ciò, deduciamo che i salari della popolazione cubana sono davvero minimi, dato che sono pagati in CUP.

L’HABANA

Rapida doccia e subito andiamo a visitare L’Habana vieja. Parcheggiamo la macchina sotto la fortaleza e subito ci imbattiamo nel mercatino tipico. Oggetti di artigianato locale: gioielli fatti con i semi, con il corallo nero o con le posate d’argento; borse cappellini con l’immagine di Che Guevara; quadri colorati che ritraggono Compay Segundo e tipici luoghi dell’isola. Ci addentriamo, poi, nel cuore dell’Habana Vieja e dopo aver attraversato un dedalo di vicoli percorriamo quello dove si trova la Bodeguita del Medio, che poi si apre nella piazza della Cattedrale. L’atmosfera alla bodeguita è esattamente come ce la si immagina: complessino che suona una Rumba scatenata e “malinconica” e noi, ovviamente, ci facciamo prendere subito dal ritmo. Il locale è piccolo e le pareti sono ricoperte delle firme e frasi di tutti i viaggiatori, a cominciare, ovviamente, da Ernest Hamingway.

Il nostro primo mojito, però, lo beviamo al baretto in Plaza de la Catedral, dove un altro complessino suona boleri, son e cha cha cha  a tutto spiano. Veniamo avvicinate da un vecchietto che vende qualcosa contenuto in dei conetti di carta. Non resistiamo alla tentazione e assaggiamo subito. Si tratta di Chicharritas de codito, praticamente tipo mais soffiato. Buonissimi!

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Verso le 20.00 andiamo a cena in un locale molto grande (un po’ troppo global per i nostri gusti) nella Plaza Vieja. Piazza spettacolare chiusa tra palazzi con porticati, tenuta benissimo. E’ l’8 marzo, festa della donna e per festeggiarla promuovono una bevanda speciale…praticamente un miscuglio di birra e limone servita in un bicchiere con il sale sul bordo…veramente orrenda, a dir di Giuliana e Mary! Io desisto.

Andiamo a letto sfinite con l’idea di svegliarci presto per andare sulla spiaggia di Playa de l’Este per godere del sole migliore. Sveglia alle 7.30 per accorgerci che dobbiamo accantonare l’idea del mare, perché c’è una fitta coltre di nubi. Ci lanciamo così all’esplorazione della città.

Sul  Malecón c’è una luce particolare e percorriamo in macchina tutti gli ampi viali che ci conducono alla Plaza del Capitolio, veramente maestoso e imponente.  Seguiamo le indicazioni per Plaza de la Revolución, e quando ci arriviamo l’impatto è veramente forte. L’obelisco al centro è altissimo e dà veramente l’idea del vuoto! Foto di rito sotto il palazzo del Governo con l’effige del CHE e ripartiamo di nuovo in direzione centro.

100Ci fermiamo prima ad un mercatino della frutta, dove si vendono prodotti in pesos cubani. Parcheggiamo la macchina esattamente davanti al Capitolio  e facciamo una bellissima passeggiata lungo le strade de L’Habana, tra colori, suoni e sapori… Camminando ci imbattiamo nella casa del Ron & tabacco, dove ci fanno degustare vari tipi di Rum…alle 11.00 del mattino! Decidiamo che alla fine il migliore resta l’Havana Club (il sapore è diverso, “migliore” da quello che si beve in Europa) e con nostra sorpresa scopriamo che il costo di una bottiglia in questo posto “posh” è  esattamente lo stesso dello spaccio all’interno del mercatino…del resto siamo in regime comunista, non c’è concorrenza!

Finalmente verso le 12.00 il sole inizia a splendere e decidiamo di andare in spiaggia. Prima di metterci in macchina ci ricordiamo che abbiamo fame, in effetti non abbiamo nemmeno fatto colazione. Veniamo attratte da un posto che ci resterà nel cuore per tutto il viaggio: all’angolo di una strada, un uomo nerboruto vende del meraviglioso pollo “fritto fritto” in un olio che sembra “petrolio”, con contorno di pomodoro e patate, per 1.50 CUC. Il tutto da mangiare rigorosamente in piedi e con le mani (in realtà le posate te le danno, ma per motivi che non sto qui a dettagliare, preferiamo le mani). Io non mi formalizzo e accetto di assaggiare il pollo da un piatto di uno sconosciuto; Giuliana e Mary mi guardano un po’ interdette, ma d’altronde siamo a Cuba! “Qui tutto è di tutti” e io perché mai dovrei rifiutare un gesto così carino? 😉 Ah, il tutto è squisito!

Ci chiediamo se è la gioia di essere lì…o se davvero tutto ciò che vediamo, assaporiamo è davvero spettacolare come ci sembra. “Si. Lo è davvero!”

Poco dopo, imbocchiamo la via Blanca in direzione Playa del Este. Bellissima spiaggia bianca di corallo e vegetazione di palme.

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Sulla spiaggia praticamente solo noi. Evviva! Il tempo è ancora incerto e tira un vento pazzesco. Mentre siamo concentrate a goderci il sole veniamo avvicinate da un vigilante che ci suggerisce di tenere sempre d’occhio le nostre borse…ma chi dovrebbe rubarle? Non c’è nessuno!

Passata mezz’ora, invece, si materializza un nutrito gruppo di ragazzi che subito ci fa le solite domande di rito. Sono carini e simpatici. E’ la squadra di baseball del Ciego de Avila, che stasera gioca all’Havana contro i padroni di casa dell’Industrial. Veniamo, così, a sapere che a Cuba il baseball (la pelota) è lo sport nazionale e che uno dei ragazzi gioca addirittura in nazionale. (Insomma stavamo parlando con i Totti, Buffon e Pirlo cubani!)

Dopo un po’ di chiacchiere si fa ora di andare. Stasera abbiamo il matrimonio di P.!

P. è un uomo che abbiamo conosciuto in coda al check in a Roma e dopo 15 ore di attesa e 12 ore di volo siamo praticamente diventate le sue sorelle. Per cui ci ha invitato al suo matrimonio che si celebra stasera in un locale in zona Miramar.

Il ritorno verso casa è  arduo. Abbiamo inconsapevolmente lasciato la via Blanca e ci siamo trovate a girare nei più malfamati sobborghi de L’Habana. A Cuba è divertente chiedere indicazioni, ma, paradossalmente estenuante.

150Sono tutti estremamente disponibili e precisi nel darle e ti indicano esattamente tutto il percorso per raggiungere la tua meta, con tutte le svolte che devi prendere. Una cosa fantastica che abbiamo scoperto, a furia di chiedere informazioni, è che indipendentemente se ti stanno dicendo di girare a destra o a sinistra, con la mano fanno sempre il gesto di svolta a destra….per cui, ti confondono ancora di più.

Rientriamo nella casetta di Miramar e chiediamo alla nostra dueña di casa di indicarci sulla mappa, il locale dove si sarebbe svolto il matrimonio. Cerca di spiegarcelo, ma sostiene che bisogna attraversare un bosco e che non essendo pratiche ci saremmo potute perdere. Così, il vicino di casa, un signore sui 65 anni si offre di accompagnarci fino a lì. Ci dice che da quando la moglie lo ha lasciato sta sempre chiuso in casa e che, quindi, pur di uscire in compagnia è contento di accompagnarci e tornarsene indietro a piedi. Arrivati al locale, però, viene invitato a restare anche lui. Ci appongono un braccialetto (modello villaggio turistico- Aiuto!) per accedere al free bar e ci danno dei pass per il buffet…Evidentemente a Cuba è prassi imbucarsi ai matrimoni! 😉

Il buffet consiste in un piatto di carne arrostita con contorno di riso e fagioli. Ci spiegano che la bellissima torta a tre piani non si mangia la sera stessa ma si porta a casa dei parenti stretti per mangiarla nei giorni successivi. Ci immedesimiamo subito nello spirito cubano, complice un cuba libre dopo l’altro e, tra amici e parenti cubani, ci ritroviamo in un turbinio di Salsa, Rumba e Reggaeton.

Alle 22.30, magicamente, finisce tutto e gli invitati vanno via. Dopo aver rinunciato a “vari inviti” di andare a vedere le stelle sul Malecón…svegliamo il nostro vicino che si era appisolato su un tavolo…il bar è stato troppo free per lui! Infatti, dopo due curve ci chiede di fermare la macchina perché si sente male. Fa giusto in tempo a scendere…. Ecco: abbiamo steso un Cubano!

Dopo la sosta tecnica ci rimettiamo tutti in macchina. “Io avevo proposto di lasciargli fare 4 passi a piedi che gli avrebbero fatto pure bene, ma le mie compagne di avventura hanno sposato la causa da crocerossine!” [cit. Giuliana]

Sistemato il vecino a casa, usciamo di nuovo, come meta stavolta lo stadio Latino America dove si disputa la partita di baseball. Speriamo di riuscire a beccare i nostri amici all’uscita. Lo stadio è praticamente nella parte opposta della città e in una zona semideserta dove è veramente impossibile chiedere informazioni. Arriviamo che la partita è già finita e i giocatori sono già andati via. Ci dicono che il Ciego de Avila ha perso. Pazienza!

Siamo abbastanza cotte, così, cerchiamo un bar per un caffè. Ci imbattiamo nel salon Fausto, bar di III categoria frequentato solo da Cubani in zona Capitolio. Pessimo caffè ma barista simpatica e clienti variegati. Ci dicono di altri posti dove andare a ballare, frequentati solo da Cubani e non da turisti. Ovviamente questo è il genere che piace a noi. Il giorno seguente iniziamo il nostro viaggio nell’isola in direzione est. Prima sosta in programma: Varadero. Solo perché vogliamo renderci conto con i nostri occhi se è vero quello che dice la maggior parte delle guide e dei turisti: Ossia, che è la spiaggia più bella dell’isola.

Lungo la strada costiera nella regione di Matanzas si costeggiano pozzi di petrolio e raffinerie di canna da zucchero.

Ci fermiamo a circa 30 km da L’Habana a fare colazione in un baretto  dove beviamo la più buona piña colada della mia vita! Fatta con latte di cocco fresco, ananas, una spolverata di cannella e ottimo rum (si lo so che sono le 11.00 di mattina!!). [cit. Giuliana]

Varadero è la Viareggio di Cuba… strade squadrate e pulite, negozietti, villette, pedalò a 4 ruote e alberghi….centinaia di alberghi enormi…e vari villaggi organizzati … Troppo turistica… Non è per noi! Al centro della penisola, la spiaggia è effettivamente bella, bianca e larga e il mare è di un turchese surreale. Troviamo un angolo da cui si riesce perfino ad escludere dalla vista tutti i casermoni di cemento armato e a goderci un po’ di sole. Vento permettendo!

heladoIl bar sulla spiaggia è gestito da Franco, un cubano molto simpatico e innamorato dell’Italia. Ci prepara una meravigliosa insalata di frutta, riso bianco e cocco fresco. Al termine del pasto frugale scopriamo la meraviglia del helado Nacional, un gelato denso e compatto, saporitissimo che esiste solo nei gusti vaniglia, cioccolato e fragola.

Alle 17.00 decidiamo che Varadero ci ha avute già abbastanza e ci mettiamo in marcia alla volta della cittadina del Che, Santa Clara.

Decidiamo (incaute) di percorrere una strada interna anziché l’autostrada (autopista nacional). Così in quattro ore e 413 km di strada buia e stretta, talvolta dissestata, attraversando le regioni di Matenzas e Villa Clara, tra i villaggi, Cardenas, Coliseo, Jovellanos, Perico, Colón, Manaca, Santo Domingo, Esperanza, evitando di sterminare famiglie di ciclisti senza fari e pedoni di ritorno dalle campagne, giungiamo finalmente a Santa Clara.

Un viaggio non è la meta, bensì, il percorso, e non vi nascondo che guidare tra questi borghi, alcuni dei quali, sembrano essere fermi  a fine ‘800, tra case pastello e carrozze …  vedere la luce fioca delle casette a bordo strada, o delle biciclette di chi rientra a quest’ora dal lavoro…Mi riempie il cuore di vita!  [cit. Valeria]

A “fortuna” entriamo nel centro storico di Santa Clara, è buio, le strade non sono ben illuminate. Dallo specchietto retrovisore noto una macchina che ci segue. In maniera automatica inizio ad accelerare, ho il cuore in gola, ma dopo pochi attimi, Giuliana e Mary mi fanno notare che si tratta della polizia. Ci fermano per un controllo documenti. Tutto a posto, ci indicano pure una casa particular dove passare la notte. (Si esatto: a quell’ora non sapevamo ancora dove andare a dormire). Siamo a casa di Orlando, simpaticissimo dueño che ci sistema in tre in una stanza con un terrazzino stupendo dove ci serve una ricca cena a base di gamberi e riso.  Il nostro pensiero va, inevitabilmente, a chi trascorre giorni a Cuba in catene alberghiere… (con tutto il rispetto) non sa davvero cosa si perde! Dopo cena siamo distrutte. Ci addormentiamo sul letto vestite.

L’indomani, dopo una colazione a base di succo di guayaba, ananas, pane e miele, si parte per andare a rendere omaggio al Che al suo mausoleo.

 

136Una piazza sconfinata con una statua gigantesca e le tombe di Che Guevara e dei rivoluzionari.

C’è anche un interessante museo sulla storia della rivoluzione e sulla vita del Che. Qui si trovano i suoi oggetti personali, il camice, i suoi appunti e addirittura quella che era la sua pompetta per l’asma. Un pezzo di storia.  Emozionante davvero!

Partiamo alla volta di Remedios, deliziosa cittadina coloniale con una piazza con cattedrale tutta tinteggiata in toni pastello.

Lasciamo i bagagli nella casa particular dove passeremo la notte e andiamo in direzione Cayo Santa Maria. I cayos sono atolli, molti dei quali, collegati da lingue di terra costruite su cumuli di sabbia all’interno della laguna.

Il tragitto che dobbiamo percorrere noi è lungo 54 km.  All’inizio della strada c’è un posto di blocco, una sorta di dogana, dove paghiamo 2 € a persona di pedaggio.

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Mary è alla guida ed è incredula. Una strada sull’acqua. Mare a sinistra, mare a destra.

E’ già l’una e la fame si fa sentire, così, ci fermiamo a metà strada, a Cayo la Bruca, dove c’è un villaggio molto carino e di impatto lieve.  Anche oggi c’è un vento teso e sulla spiaggia fa abbastanza freddo, ma, i nostri occhi non smettono di ringraziare. Natura incontaminata… Il mare è di un colore turchese chiaro stupendo.

Torniamo a Remedios, a casa. Cena a base di fagioli neri e riso, pesce a la plancha  e zuppa mista con cumino. La figlia del padrone di casa è sposata con un dj e ci invita a una serata nella  “discoteca” del paese. Noi siamo stanche ma il desiderio di calarci nei costumi e nel modo di vivere locale ci affascina troppo e non vi rinunciamo. Lei, dolcissima e ospitale, ci fornisce i soldi per pagare l’ingresso… Noi abbiamo i CUC, e l’ingresso lì costa “troppo poco” 1 peso cubano CUP a testa…praticamente 0.24 centesimi di euro!

Percorriamo a piedi una strada non asfaltata e buia e finché ci troviamo davanti a un tendone in mezzo alla campagna popolato da giovanissimi “campagnoli” cubani. Siamo arrivate. Resistiamo giusto il tempo di sentire il vocalist dire: “la prossima canzone è dedicata a tre amiche italiane” – per la gioia della nostra giovane dueña  e andiamo via. Rientriamo a casa, percorrendo le strade buie della periferia del paese, senza che ci succeda niente. In altre parti del mondo, forse,  saremmo state scippate, derubate o violentate. Ma Cuba è così. Ti senti sempre sicura!

151Arrivate a casa troviamo davanti alla porta un signore anziano con la bicicletta, dice essere il nostro “guardiano” e che passerà tutta la notte a sorvegliare la nostra macchina e a vegliare sul nostro sonno…pazzesco! Effettivamente, scopriamo che per 25 CUC di pernottamento che spendiamo, è incluso anche il guardiano notturno.

Giuliana e Mary vanno a dormire, ma io, che di quella terra non volevo perdermi un minuto, trascorro paio d’ore con lui a discutere di storia cubana, polizia, regime e politica. Mi racconta che di giorno lavora nei campi e che per arrotondare fa questo secondo lavoro. Praticamente non dormi mai? Gli chiedo, e lui mi risponde che riposa solo 3 ore a notte. Lo dice con un forte orgoglio e senza mai farmi percepire che avesse anche solo un briciolo di invidia nei confronti di chi….bè, la vita se la gode davvero!  Nessun libro può insegnare tanto. Ricordo ancora la sua voce e le sue parole. Diceva sempre “Mucho mucho mucho”, ad ogni frase… Era una sorta di intercalare dal suono onomatopeico e quelle sonorità, mi portavano indietro nel tempo in uno dei luoghi che ha più da raccontare al mondo!

La mattina seguente ci svegliamo presto e scopriamo che ha piovuto. Dal nostro terrazzino si vede il mare e crediamo non sia il caso di andare in spiaggia. Dopo la solita meravigliosa colazione a base di frutta e di tortilla, partiamo in direzione Trinidad.

Decidiamo di fare questo trasferimento sulla cosa sud, visto che il tempo non accenna a migliorare. Inutile dire che come intraprendiamo la strada interna per le campagne, con sconfinate piantagioni di banane, palme e canna da zucchero, spunta un meraviglioso e caldissimo sole! Attraversiamo una serie di paesini e entriamo nella regione di Santi Spiritus.

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All’ingresso della città ci fermiamo a chiedere indicazioni a una ragazza su come raggiungere Trinidad, e, lei, ci chiede se possiamo darle un passaggio fin lì. Si chiama Arlen e ci racconta che deve raggiungere la sua famiglia che vive laggiù. Ci stringiamo un po’ (la macchina è piccola ed è diventata la nostra casa; c’è di tutto, dai bagagli, ai panni appesi… il disordine aumenta quanto più aumentano i nostri spostamenti) e proseguiamo il viaggio con lei.

Lungo questo tratto, come in tutta Cuba, al ciglio della strada ci sono enormi cartelloni con frasi di propaganda pro Revolución o di incitamento al lavoro. Ne leggiamo qui una bella “Velocità senza limite solo nello sport”. Alle porte di Trinidad decidiamo di fare un tuffo al mare prima di entrare in città, così salutiamo Arlen che vuole pagarci, (spesso i camiones, bus non passano, quindi per i Cubani è abitudine pagare chi si ferma  per offrire un passaggio) ma, noi le diciamo che già ha ricambiato conducendoci a destinazione.

Ci dirigiamo in spiaggia, direzione Curva de Alfredo  (Península de Ancón).

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Una spiaggia da sogno, dove con 3 pesos ci danno una capanna di palme come ombrellone e ci noleggiano anche le maschere (per altri 3 pesos a testa). In spiaggia abbiamo tutto quello che ci serve…perfino la doccia calda di acqua dolce, fatta da un tubo rotto della condotta che porta l’acqua ad un albergo lì vicino. Stupendo! Arriviamo a Trinidad verso le 17.00 e ci rendiamo conto subito che forse è un po’ tardi per trovare una casa particular  come la vogliamo noi. Dopo aver ricevuto svariati rifiuti, capiamo che non è il caso di andare per il sottile e prendiamo una stanza in una casa nella zona “campagnola” di Trinidad, con tanto di cavallo legato davanti alla porta  e galline che scorrazzano libere in strada. Però, una volta entrate, scopriamo che la casita è molto caratteristica, stile coloniale, un bel patio, la padrona ospitale e… per colazione il nostro amato succo de guayaba!

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212Per integrarci all’ambiente, senza neanche cambiarci, andiamo a passeggio per le strade di questa bellissima cittadina coloniale, patrimonio dell’Unesco. Architettonicamente interessante, colorata, particolarissima, tutta pedonale. Però diversa dalla Cuba vista sin ora. E’ molto turistica e qui, troviamo la Cuba descritta nelle guide e raccontata dagli Italiani, fatta di molta gente che vede nei turisti una fonte inesauribile di elemosina. In tutti i luoghi visitati fino a questo momento, abbiamo sempre incontrato persone umili e con un altissimo senso di dignità, ergo, decidiamo di passare qui solo una notte e non due come avevamo ipotizzato. Preferiamo continuare a visitare l’altra Cuba.

Il giorno successivo, dopo aver cambiato qualche soldo in banca, lasciamo Trinidad per concederci una giornata di mare a  Playa de Ancón. Scartata immediatamente l’ipotesi della gita sulla barriera corallina in battello con altre 50 persone, proviamo a noleggiare una barca tutta per noi. Ci dirigiamo allo Yacthing club dove però ci dicono che non hanno più barche disponibili. Siamo invitate da un gruppo di panzoni nordici ad andare con loro, ma decliniamo l’invito. Andiamo, così, in un albergone lì vicino dove conosciamo Rolando, un baffone con un catamarano 4 posti che ci porta a patear sulla barriera.

Meraviglioso! Circa un’ora di snorkeling tra coralli, pesci tropicali e conchiglie. Ritorniamo a terra, salutiamo Rolando e cambiamo subito spiaggia. Questa dell’albergo non è proprio il nostro genere, con le canoe, gli ombrelloni e i turisti con i braccialetti di gomma al polso, come se fossero degli animali da macello con il contrassegno!

Troviamo una spiaggia tranquilla un po’ più avanti, con un fantastico risto-bar, il Caribe Grill, dove mangiamo un piatto di gamberi arrosto e riso. Torniamo a Trinidad per recuperare i bagagli. Dobbiamo decidere per dove proseguire. La scelta logica sarebbe tornare verso nord ovest, facendo tappa a Cienfuegos. Inutile dire che, invece, decidiamo di andare a est, direzione Ciego de Avila.

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La strada per CdA è lunga ed è già buio. Ci fermiamo in un bar per comprare dell’acqua, ma, ci rendiamo conto che forse non è stata una scelta felice: Uomini ubriachi che guardano la partita della pelota. In un primo momento non ci dicono un granché…pensano siamo Iberiche, ma non appena diciamo di essere Italiane, iniziano con le proposte oscene. Dicono che le Italiane sono malas chicas. Già è la seconda volta che ci capita di sentire questa storia. Ma che combineranno mai le nostre connazionali a Cuba? Ad ogni modo, grazie all’ottima conoscenza della lingua spagnola, da quel momento ci spacceremo, all’occorrenza, per Spagnole. Riusciamo incolumi a lasciare il bar e a riprendere il nostro lungo cammino.

Dopo circa due ore arriviamo a Ciego de Avila. La città prende il nome dalla regione che vanta alcune tra le spiagge più belle dell’isola, come Cayo Coco. Ma la città è industriale e moderna.

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Non riuscendo a trovare subito una sistemazione per la notte, chiediamo indicazioni a un tassista e finalmente, giungiamo alla nostra casa particular. Si trova in un casermone di 15 piani nella piazza centrale. Per fortuna siamo solo al 2° piano: L’ascensore è terribilmente fatiscente. Ha un  “meccanismo umano” ed è a “chiamata vocale”. Nel senso che seduto nell’ascensore c’è un uomo che porta l’ascensore al piano quando lo chiami “a voce”, (nel vero senso della parola!) e tiene schiacciato il pulsante del piano desiderato per tutto il tragitto! La casa è abitata da una coppia giovane con bambina che può darci una camera con un solo letto. Pazienza, ci arrangeremo!  La nottata passata in tre nel letto matrimoniale con lenzuola simil cartone è stata decisamente indimenticabile!

Dopo una nottata travagliata ci svegliamo e dobbiamo, ancora una volta, decidere sul da farsi. Siamo nella piazza centrale di Ciego de Avila. Troviamo un ufficio del turismo a cui chiediamo info su dove passare una giornata di mare, ma l’addetta non riesce a darci informazioni senza volerci vendere dei pacchetti all inclusive… Quindi, facciamo una colazione ristoratrice a base di bocadillo jamon y queso e dopo una rapida consultazione “tra socie”  decidiamo di puntare dritte a sud, evitando la zona dei Cayos al nord. Non è ben chiaro ma la guida parla di una marina a  Puerto Sol.

Saliamo in macchina e attraversiamo tutta la provincia di CdA fino al mare. Attraversiamo paesini ottocenteschi, dove gli aratri sono trainati da buoi e i contadini camminano a dorso di mulo.

cciiii Arrivati nel posto indicato dalla guida ci rendiamo conto che non c’è spiaggia, ma solo un molo da dove partono delle escursioni organizzate. Siamo a Jucaro. Chiediamo informazioni su dove poter fare un bagno a un tipo di mezz’età, Marcelito, sguardo buono e stivali di gomma, lascia il campo in cui sta lavorando e si offre di accompagnarci. 269 Sale con noi in macchina e, dopo aver attraversato altri campi arriviamo ad una spiaggia di sabbia rossa che si affaccia su una laguna di acqua scura. Decisamente non invitante per un bagno! Qui ci rendiamo subito conto di aver disturbato una coppia che esce fuori dalle frasche. Sono però molto gentili e ci chiedono se veniamo dall’Argentina. Quando gli diciamo di essere Italiane, Marcelito si stupisce e ci racconta che una volta, venti anni prima, di lì era passato un Francese…. Praticamente, da quelle parti i turisti non li vedono mai.

Un po’ sconsolate per il mancato bagno, ma felici di aver conosciuto un posto e una persona così “veri”, ritorniamo verso la città per prendere la strada che ci porterà verso Cienfuegos, circa 220km in direzione ovest.

Arrivate al centro di Cienfuegos ci imbattiamo nella gelateria Coppelia. Ne abbiamo letto tanto e vogliamo assaggiare questo mitico gelato!

333Vediamo che c’è tantissima gente in fila, ma non sembra che siano in coda per il gelato, quindi entriamo tranquille, prendiamo un tavolo e mangiamo un gelato fantastico (un po’ sciolto a dire il vero) cioccolato e cocco. Solo dopo ci accorgiamo che dovevamo metterci in fila! Le solite Italiane!

Dopo aver girato un po’ troviamo sistemazione per la notte in una casa particular vicino al Malecón, gestita da Onorio e Myrta, una coppia sui 60. Ottimi cuochi e grandi conversatori. Lui per cena ci prepara l’aragosta (per la verità un po’ troppo annegata nel burro) e lei per colazione oltre  a tutti i succhi di rito ci fa anche le pastel de guayaba, fazzoletti di pasta sfoglia con dentro la confettura di guayaba. Sublimi!

Prima di cena andiamo a fare un giretto in parque Martí, la piazza centrale. Riusciamo a individuare un baretto molto carino, un po’ defilato con un piccolo giardino e cancellata in ferro battuto e facciamo partire il primo giro di cuba libre. Al bar conosciamo dei ragazzi cubani, che però non possono sedersi al nostro tavolo. La polizia è molto rigida e se vede parlare Cubani con le turiste può fare storie. Ci dicono che se vogliamo, la sera possono farci entrare in un locale dove i turisti non vanno, dove si fa della vera musica cubana non commerciale. Ovviamente vogliamo! Appuntamento alle 23.00.

La cena a base di aragosta fritta nel burro mi ha stroncata. Ho bisogno di riflettere un momento da sola, sul letto. [cit. Giuliana]

Io e Mary, invece, restiamo ad ascoltare i racconti di Onorio sulla Revolución, sull’embargo, ma anche sulla politica italiana, sul calcio… è una vera enciclopedia vivente! Ci racconta di un episodio che riguarda una visita di Che Guevara ad un’industria di lavorazione tabacco e del rifiuto di ricevere una scatola di sigari in dono, chiedendo al direttore della fabbrica chi fosse lui per fare quel regalo visto che i sigari non erano di sua proprietà, ma di tutto il popolo! Quando chiedo informazioni su Fidel, Onorio abbassa il tono di voce, diciamo che preferisce parlare del CHE e del suo fare. Non comandava. Se c’era da alzare qualsiasi cosa, da pacchi a mattoni, lui non diceva di alzarli, ma lui per prima iniziava a farlo, chiedendo, solo dopo, agli altri di aiutarlo. Un vero leader. Non un capo. [cit. Onorio]

Usciamo per andare all’appuntamento col tipo del bar e lo troviamo lungo la strada, per cui andiamo insieme. Arrivati davanti al locale però ci dicono che c’è stata una retata della polizia per cui dentro ora non c’è nessuno…Forse questo posto è troppo alternativo perfino per noi! Si ripiega quindi sul Benny, la Casa della Musica. Non ci piace molto, troppo commerciale, quindi, decidiamo di andare via. Ovviamente anche i ragazzi escono con noi. Restiamo un po’ a chiacchierare fuori dalla disco e qui la serata prende una piega surreale.

Mentre io e Mary parliamo del più e del meno con uno dei ragazzi, in Valeria scatta la sindrome di Santa Chiara e sposa la causa del Cubano sfigato che le racconta tutta una vita fatta di repressione, contestazione e galera. [cit. Giuliana]

Racconta che è stato in carcere per aver scritto una canzone giudicata un po’ troppo forte dal Governo cubano. Ovviamente gli chiediamo di cantarcela. Si tratta di un rap anti-Revolución. Lui insiste di non essere contro la Revolución, ma di desiderare come tutti di poter viaggiare. Lo ascoltiamo… Effettivamente è molto bello e molto forte. Gli chiediamo di poterlo riprendere con la telecamera mentre canta; lui accetta dopo un po’ di resistenze, ma… ci dice che vuole farlo in un altro posto, così andiamo a casa prendere la telecamera e ripartiamo alla ricerca di un posto “sicuro”.

Ci fermiamo prima nel piazzale di un supermercato appena fuori città, ma c’è troppa gente e lui non si sente tranquillo. Così, ci rimettiamo in moto. Giuliana guida e Chico le dà indicazioni. Sempre dritto verso il mare…dopo 30 minuti di strada buia sotto un cielo stellato da paura ci fermiamo in un’area di servizio deserta. Ora il rapper dice che si vergogna a cantare davanti a tutti e soprattutto non vuol far sentire al grassone che nel frattempo si è unito alla compagnia. Così, io mi allontano con lui e la telecamera per le riprese. Nel frattempo Giuliana e Mary ingannano l’attesa prendendo lezioni di reggaeton, sempre nel piazzale della pompa di benzina, con la musica a palla dallo stereo della macchina del grassone, che ora è anche terribilmente sudato! [cit. Mary]

Verso le 3.30 decidiamo che ne abbiamo avuto abbastanza. Il video è fatto, i balli pure.

Arrivate sotto casa io e Giuliana andiamo subito a dormire, mentre Mary resta altre due ore ad ascoltare le storie deprimenti di Yuriz (il rapper)…. “Non sei mai fottuto veramente se hai una storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla” A. Baricco.

Dopo 4 “ricche” ore di sonno, Onorio ci sveglia per la colazione. Gli chiediamo consigli su Playa Girón. Desidero tantissimo andarci. Lì, c’è stato il famoso sbarco della Baia dei Porci. Un altro pezzo di storia e io desidero immergermi ancora.

Giuliana e Mary approvano e condividono il mio desiderio e dopo circa 100 km di strada interna ci si apre davanti lei: Playa Girón, praticamente quello che ci si immagina quando si pensa a una spiaggia caraibica. Sabbia bianca, mare turchese, palme da cocco e nessun essere umano, tranne che noi!!!! Una meraviglia assoluta. Parcheggiamo la macchina sotto una palma e super felici  corriamo verso il mare.

Dopo poco, arriva un vecchietto,  ci propone di prepararci l’aragosta  e di portarcela direttamente in spiaggia. Dapprima rifiutiamo perché abbiamo i panini che  ci ha preparato Onorio, ma dopo averli assaggiati decidiamo di dare credito al pescatore. E facciamo benissimo! Con 7 CUC, circa 6 euro a testa, un’aragosta  arrostita con contorno di pomodoro e platano fritti! C’è anche la frutta, il vecchietto ci rompe tre noci di cocco da cui prima ci fa bere il latte e poi ce le apre per mangiarle.

Praticamente il paradiso. Campatone esagerato!

A questo punto, le mie socie, Giuliana e Mary iniziano a prendermi in giro, chiamandomi simpaticamente “geriatra”, in quanto passavo più ore a parlare con persone anziane che con loro 😉 Anche i racconti di questo pescatore sono stati per me meglio di qualsiasi libro e meglio di qualsiasi spiaggia caraibica.

Il racconto esclusivo che suo fratello aveva perso la vita, per difendere l’isola , in quanto, si era lanciato con un aereo contro una nave degli esuli Cubani addestrati dalla CIA, – nel tentativo (fallito) di conquistare Cuba (battaglia Baia dei Porci) e rovesciare l’appena instaurato governo di Fidel Castro – insieme alle parole di Onorio e a quelle del “guardiano” di Remedios, resteranno indelebili nella mia memoria per sempre.  A Cuba si respira un’aria particolare, un’aria di regime ma al contempo di forte orgoglio rivoluzionario. Quello che è certo che non ho sentito nessuno parlare bene della Cuba prima della Revolución del 1956. Per loro la rivoluzione è stata una liberazione dalla dittatura Batista.

Alle 16.30 si parte alla volta de L’Habana. 150 km di autopista dopo 40 km di strada costiera lungo la Baia dei Porci dove assistiamo al passaggio dei granchi (detti granchi di Playa Girón) dalla pineta alla spiaggia. Quel tratto della carretera è disseminata di granchi schiacciati…uno spettacolo cruento. Sono granchi neri e rossi, con occhi enormi. Sembrano dei cartoni animati. Ci fermiamo per “salutarne” alcuni, quelli vivi, ovviamente. Hanno degli occhi incredibili. Sembrano umani.

Attraversiamo il parco Nazionale Boca de Guama, siamo nella peninsula di Zapata: qui visitiamo un allevamento di coccodrilli, veramente interessante.

All’arrivo all’Havana decidiamo di non tornare a Miramar casa di Fanny, bensì, di restare nel cuore del centro storico. Veniamo “adottate” da un vigilante che ci aiuta  trovare l’ennesima casa particular… o meglio, una “catapecchia” muy particular! Pensavamo che la cosa peggiore fossero i due piani di scale da fare a piedi, ma ancora non sapevamo che avremmo preso la corrente toccando la manopola della doccia e avremmo trovato una bombola di gas nell’armadio della camera da letto. Davvero folkloristico! Inoltre, scopriamo che abbiamo il bagno in comune con due ragazze inglesi…ma non è un problema visto che praticamente non si lavano! Alle 22.30 docciate e vestite usciamo, anche se siamo indecise se abbiamo più sonno o più fame.

Sulla strada per L’Habana abbiamo più volte provato a chiamare il tour operator per confermare il volo di ritorno, ma dopo vari tentativi falliti abbiamo deciso che la cosa più grave che poteva capitarci sarebbe stata rimanere a Cuba…per cui abbiamo smesso di provarci! 😉

Dopo una notte fatta di 8 ore di sonno (un lusso che non ci siamo mai concesse durante tutto il viaggio) riusciamo  a confermare il volo. Ci dicono che  ha un’ora di ritardo, (noi speravamo 12 come all’andata) per cui abbiamo un’ora per stare in questo paradiso e ne approfittiamo per andare in giro tra i mercatini della città vecchia.

Giretto per i vicoli e colazione, sempre a base di succo di guayaba. Mentre ci dirigiamo verso casa, sotto una leggera pioggerellina tropicale, passiamo davanti a una scuola dove ci fermiamo per assistere alla lezione di canto. Una ventina di bambini in divisa, canta accompagnati da un giovane maestro-chitarrista. Sempre passeggiando per i vicoli, scoviamo una signora che vende pastel de guayaba fatte da lei in casa. Ce le passa attraverso il cancello di ferro della sua porta. Il sapore è assolutamente divino!

Ognuno costa un peso cubano CUP, incredibile! Come la discoteca di Remedios! Quindi con 1 euro ne compriamo 24. Pensiamo di conservarli e mangiarne qualcuno in aeroporto, ma il sapore di quella sfoglia e di quel frutto rosa è talmente buono, che le terminiamo tutte in pochi minuti.

Arrivate a casa per recuperare i bagagli, si scatena un violento temporale. Chiediamo al dueño di indicarci la strada per l’aeroporto e  ci disegna, per non smentire la precisione cubana, una piantina dettagliatissima.

Arriviamo in aeroporto abbastanza agevolmente, ma perdiamo un sacco di tempo per trovare il terminal 3 e soprattutto per capire come entrare nell’area dove lasciare la macchina. Dopo aver pagato un parcheggio inutilmente, aver fatto un paio di inversioni a U e un controsenso, lasciamo la macchina e ritiriamo la cauzione. Tutto ok.

Individuiamo la fila per il check in della compagnia Cubana e impacchettiamo i bagagli nel cellophane (servizio gratuito offerto dalla Cubana). A tutte le persone che incontriamo e che ci chiedono di raccontare cosa abbiamo vissuto in quei giorni, parliamo dei quasi 2000 km nel cuore di Cuba, e cogliamo nei loro visi lo stupore misto a invidia. Quasi tutti sono reduci da vacanze stanziali nei villaggi  a Varadero.

Ma come si fa a venire fin qui e non avere la curiosità di entrare nello spirito dell’isola?

Ultimo mojito prima della partenza… e ci dirigiamo al gate b-11.

In aereo un po’ si dorme, un po’ si chiacchiera, un po’ si fanno i conti delle cifre anticipate per le spese correnti. Tiriamo  le somme e notiamo che abbiamo speso tutte e tre 182$ a testa. Giuliana ci fa notare che a parte l’incredibile della somma uguale, che è il doppio di 91, cioè 90 e 1 che nella cabala sono l’ultimo e il primo  numero. La fine e l’inizio. Così sarà pure per noi, la fine di un viaggio, l’inizio di un’amicizia e, perché no, di una nuova vita!

Cuba è adesso è lontana,  ma, il suo animo, quello più profondo, è oramai cristallizzato dentro di noi. I sorrisi, gli occhi malinconici, l’orgoglio delle persone, i colori, i profumi sono anche parte del nostro cuore e del nostro spirito.

1 commento su “Cuba, un diario di viaggio memorabile

  1. Un bellissimo viaggio e un favoloso racconto che non riuscivo a smettere di leggere! Cuba è un sogno da tanto tempo spero presto di trasformarlo in realtà!

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