Dalle Rocky Mountains alle praterie, un sogno chiamato Colorado

IMGP0862rr

Sono circa le 4 di mattina del 22 aprile 2009 e  il mio compagno (in tournèe negli Usa) mi accompagna con la nostra macchina a noleggio da Lancaster all’ aeroporto di Harrisburg (Pennsylvania). La mia esigenza di viaggiare a tutti i costi in lungo e in largo, Antonio la conosce bene da anni, ergo, nonostante ogni sera finisse di suonare tardi, non batte ciglio e mi regala questa levataccia per far si che prendessi un volo che partiva intorno alle 6 am. Mi saluta, mi dà un bacio e faccio il check in. Il mio volo farà scalo a Detroit (Michigan). Destinazione Denver: Colorado.

Sono in America. Conosco parte della east coast, New York, Philadelphia, Washington dc, Baltimora ma, la sensazione di dirigermi verso il West mi fa saltare, non so perché, l’adrenalina a mille. Attraversando i cieli degli Stati Uniti, ammiro la bellezza del lago Mitchgan dall’alto e le immense pianure del Nebraska. Dopo quasi 6 ore, eccomi atterrata a Denver. Ad aspettarmi c’è a mia amica Paola Harris, famosa ricercatrice e reporter, impegnata nell’ambito dell’Ufologia da oltre 30 anni. Vive a Boulder, una preziosa cittadina che si estende nella Boulder Valley dove le Montagne Rocciose si intersecano con le Grandi Pianure.

IMGP0813

IMGP0545Android

Poco lontano dalla città, verso ovest, si trova una imponente formazione di roccia sedimentaria nota come i Flatirons che sono universalmente riconosciuti come il simbolo stesso della città. Il tragitto che dall’aeroporto di Denver ci conduce a circa 70 km a nord ovest, verso la contea di Boulder, è fatto di praterie immense che volgono verso le montagne rocciose. E’ fine aprile, il clima è secco e mite.

IMGP0567

IMGP0575La città vanta un’importantissima Università e la maggior parte delle persone si sposta in bicicletta. Non vedo più popolazione obesa – qui vige il salutismo – molti supermercati vendono tutta roba biologica e quando ci si ferma per fare colazione ti offrono  del succo di mirtillo “vero” che nulla ha a che vedere con quello degli ingrossi americani, pieni di coloranti e conservanti. Il downtown di Boulder fa fare un salto nel passato, le attività commerciali di oggi, che vendono argento e oggetti tradizionali dei Nativi Americani, erano, un tempo, vecchi saloon. Così, mentre Paola è presa da mille interviste in Tv e radio, io me ne vado in giro in una città deliziosa, vissuta un tempo dai cowboys, che oggi è meta turistica per benestanti.

IMGP0549

IMGP0547

 Ancor prima della metà dell’800, però, il popolo dei nativi americani delle tribù nomadi Arapaho si trasferì in questa regione duIMGP0630rante la stagione fredda, proprio ai piedi dei Flatirons. Le altre tribù nomadi furono i Cheyenne, i Comanche e i Sioux. Mentre, il primo insediamento europeo nell’area, fu quello dei cercatori d’oro che giunsero intorno al 1858, quando Boulder era ancora parte del territorio del Nebraska. Il territorio dello stato del Colorado venne infatti creato solo nel 1861.

Il mattino seguente, Paola mi invita a fare  il brunch, a Nederland, una città situata vicino alla riserva naturale di Barker Meadow, nelle montagne, a circa 27 km a sud-ovest di Boulder. Il sole primaverile rende il cielo di un azzurro abbagliante, ma, a mano a mano che si sale di quota, attraversando i canyon, la temperatura si fa sempre più rigida. A 2500 metri, tra gli Aspen, alberi dalle foglie argentate, tipici del Colorado, sento l’aria fresca nei polmoni, che mi tempra e mi fa sentire a confine tra il mondo e Dio. Per la prima volta non sento la mancanza del mare: sono in cielo.

IMGP0625

IMGP0606

IMGP0608

La cittadina di Nederland si trova in una valle formata da un antico ghiacciaio. I nativi americani si insediarono qui, accanto al fiume, prima che i primi cacciatori in cerca di pelli di castoro trovassero la strada nei primi dell’800. Questa zona, ricca di acqua e di fauna era luogo ideale per i primi coloni. I saloon ne sono la testimonianza.

Nederland fu costituita il 15 novembre, 1885. La città era utilizzata come luogo di scambio tragli Indiani Ute e coloni europei nel corso del 1850. Il primo boom economico della città arrivò quando i minerali come il tungsteno, l’oro e l’ argento furono scoperti nei pressi di Tungsteno (ad est di Nederland), a Caribou (a nord ovest di Nederland), e a Eldora (ad ovest di Nederland).

IMGP0670

IMGP0617

E’ molto interessante sapere che negli anni ’60, questa cittadina ebbe un forte incremento della popolazione, anche grazie alla numerosa presenza di “hippies” che introdussero un nuovo stile di vita in questa valle dominata dal silenzio e dalla quiete. Ancora oggi è possibile trovare shops gestiti da ex-figli dei fiori che vendono moda e oggettistica tipica degli anni ’60 e ’70.

Oggi, Nederland è certamente una delle porte per l’ Indian Peaks Wilderness, il Parco Nazionale delle Montagne Rocciose, e il James Peak Wilderness.

IMGP0631

La fame si fa sentire, così entriamo nel mondo fantastico di Sundance cafe. Qui, lontano da occhi indiscreti, tra alberi, neve e sole, Paola ed io ordiniamo. Il nostro brunch diventa un lunch a tutti gli effetti. Questo luogo, a conduzione familiare è il paradiso dopo aver passeggiato e dopo aver respirato la vita.

IMGP0600

IMGP0593

Un’altra tappa da non perdere è certamente Estes Park. Paola, ci tiene tantissimo a farmi visitare questo luogo. E’ qui che si è sposata sua figlia. Il tragitto in auto è più che mai suggestivo; Partendo da Boulder, ci dirigiamo ancora più a nord – direzione Wyoming: Estes park è a circa 60 km a nord di Boulder. Percorriamo un tratto della US 36 che è una strada di circa 2300 km che comincia nel vicino Parco Nazionale delle Montagne Rocciose e termina a Uhrichsville, in Ohio, attraversando Kansas, Missouri,  Illinois e Indiana.

Estes Park, situato nella contea di  Larimer, giace lungo il Big Thompson River. Si trova ad un’altitudine di 2.293 m, all’ingresso orientale del Parco Nazionale delle Montagne Rocciose ed è soprattutto un luogo di villeggiatura estiva, grazie anche allo spettacolare Estes Lake.

Qui c’è il famoso Stanley hotel, che è possibile visitare. Costruito da Freelan Oscar Stanley e inaugurato il 4 luglio 1909  è noto perché, oltre agli svariati ospiti illustri, vi soggiornò Stephen King, il quale si ispirò proprio a questo hotel per creare l’Overlook Hotel del suo romanzo Shining. La miniserie televisiva Shining del 1997 fu girata proprio qui.

IMGP0689

Il Colorado non smette mai di sorprendere. Ciò che vedo on the road è un film. Paesaggi mozzafiato, persone tranquille e gentilissime. In questo Stato non c’è il corpo di polizia. Ci sono gli sceriffi, i ranger e le casette coloniali che sembrano uscite da un film. Questa volta ci dirigiamo verso sud. La direzione è quella del New Mexico, ma noi ci fermiamo a circa 160 km a sud di Boulder, a Colorado Springs che è situata al centro del Colorado, nella contea di El Paso. A Colorado Spring vive il fratello di Paola, un creativo fotografo che abita completamente immerso nella natura, in compagnia di uno scoiattolo, Jack, in una casa sui generis, piena di energia che sembra più un set fotografico naturale che un’abitazione. Lui sarà il nostro cicerone.

IMGP0836

Arrivati al centro della cittadina, da una terrazza, col dito ci indica una delle vette delle Montagne Rocciose, Pikes Peak (4300 mt sul livello del mare) che risulta essere la montagna più visitata in America del Nord e la seconda montagna più visitata al mondo.

IMGP0833

Ai suoi piedi, a circa 1840 mt sul livello del mare, sorge “Garden of Gods” – il Giardino degli Dei: Questo parco pubblico, è stato classificato monumento naturale nazionale nel 1971 e noi, ovviamente, ci mettiamo in cammino verso quella direzione. Qui, rispetto al nord del Colorado, i colori delle rocce iniziano a cambiare. Il colore predominante è il rosso. I ritrovamenti archeologici evidenziano già la presenza dell’uomo nel 1330 a.C. I Nativi Americani erano accampati nel parco, invece, circa 250 anni a.C. Sono molti i popoli indigeni legati al Giardino degli Dei, Ute, Comanche, Apache, Kiowa, Shoshone, Cheyenne, Pawnee e Lakota.

La passeggiata tra le rocce rosse mi mette in forte connessione con la terra. Con la materia.

Ciò che mi colpisce passeggiando nel parco è una scritta: “Anasazi” che risultano essere gli antenati degli odierni nativi americani Hopi/Zuni, tribù che vivono oggi lungo il Rio Grande, tra il New Messico e l’ Arizona.. Tracce archeologiche di questa cultura si ritrovano già nel 1500 a.C., ma la civiltà fiorì nel X secolo d.C., in tutta la zona che corrisponde oggi al confine incrociato di Utah, Colorado, Arizona e Nuovo Messico.

 

IMGP0886Essi vivevano in villaggi caratterizzati spesso dall’architettura monumentale e qui è possibile visitare le abitazione tipiche degli “anziani”. Come ogni parco che poi diventa turistico, ha  punti di ristoro e shops con artigianato tipico dei Nativi d’America. Continuando la passeggiata, noto su una parete una scultura che rappresenta un Kokopelli.

Forse, alcune cose  messe lì proprio per i turisti sanno più di folklore e io da viaggiatrice preferisco la realtà; così, mi concentro sulla storia e sulla leggenda. Il Kokopellli, per chi non lo sapesse, è una divinità preistorica della tribù indiana Navajo. Questa figura divina viene disegnata come un uomo stilizzato con un’accentuata curvatura della sua schiena mentre danza attorno ad un fuoco e suona il suo flauto. Per gli Hopi, il Kokopelli trasporta i bambini non nati sulla sua schiena e li distribuisce alle donne, mentre per i Navajo rappresenta principalmente uno spirito guida e un cantastorie di favole di altre tribù. Molto spesso viene considerato anche come simbolo della felicità, della gioia e della fertilità, infatti il suo flauto stilizzato può essere associato al suo organo sessuale. Per di più una leggenda lo vede responsabile della conclusione dell’inverno e dell’inizio della primavera.

IMGP0902Continuando la passeggiata nel parco, tra l’odore acre della terra, il vento fa planare le aquile sulle nostre teste ed è una goduria per i sensi.

IMGP0571

Si fa sera e dopo aver salutato Albert, ripartiamo in direzione Boulder. I giorni trascorsi tra lunghe passeggiate accanto ai ruscelli, respirando l’aria frizzante di montagna, tra canyon, natura e cielo, mi hanno riempito l’anima di energia, facendo diventare quei luoghi il mio punto di meditazione, di ricerca di me e di pulizia dei pensieri ogni volta che ne sento al necessità.

Saluto Paola – in questo viaggio negli Usa l’avevo già incontrata giorni prima a Washington dc e da lì l’idea di raggiungerla nel suo paradiso. Così, dopo un “kiss & ride” – più adatto per amanti che amici – alla fermata del bus, parto per Denver. Vorrei conoscere la capitale prima di rientrare in Pennsylvania.

IMGP0772Denver, è una città lenta, tipica americana del centro-west America. Non ha nulla a che vedere con la caotica New York o con Chicago. Vi è un tram che percorre il downtown, sul corso principale. Una fermata ogni 500 metri se non meno. Grattacieli, quanto bastano, un Campidoglio dalla cupola kitsch-dorata, un pavillon che offre, tra l’altro, teatri, cinema e jazz club. Sembra essere tornati indietro di un secolo. Le persone incontrate sul tragitto per arrivare lì sono molto più che cordiali: dicono sempre “honey, honey” e per me è un piacere ascoltarle. Qui il clima è meno freddo rispetto ai luoghi che ho visitato finora, alle montagne, però è umido; così, una pioggerella fastidiosa (mi dicono che è tipica) mi costringe a indossare il piumino di cui non avevo avuto bisogno nei giorni precedenti, nonostante le temperature fossero più rigide.

IMGP0757

Il tempo a disposizione è terminato, il volo mi aspetta. Faccio scalo a Cincinnati (Ohio) – in quest’’aeroporto vi sono ancora i lustrascarpe. I passeggeri si accomodano su poltrone – stile barbiere degli inizi del ‘900 – e giovani ragazzi lucidano le loro calzature. Questa volta sorvolo i cieli del Kansas, del Missouri e dell’Indiana. La Pennsylvania mi aspetta. Anche Antonio.