La Riviera Maya. Un triangolo di paradiso in Messico

Per i nostri 40 anni io e Guglielmo abbiamo deciso di regalarci un bel viaggio, l’ultimo da soli perché dopo pochi mesi è arrivato Nicola. Era inverno e avevamo voglia di mare ma non solo e la scelta è caduta sulla riviera Maya del Messico. La loro storia mi ha sempre affascinata. Il massacro di una cultura millenaria è una storia che tristemente si ripete ed è quanto mai attuale oggi.

Atterriamo a Cancun accolti da un bellissimo sole del tardo pomeriggio di metà gennaio.

Prendiamo la macchina a noleggio e scappiamo via dal caos della Rimini messicana, lasciandoci alle spalle una barriera di palazzoni e alberghi acchiappa turisti.

Dopo un’ora di strada a scorrimento veloce, ma disseminata di topas, dossi molto alti, dove devi per forza fermarti se non vuoi spaccare un semiasse, arriviamo a Playa del Carmen. Troviamo una stanza al Barrio Latino per 650$M (circa 25€) e subito ci togliamo l’inverno da dosso. Lasciamo sul fondo della valigia piumini e maglioni, indossiamo bermuda, maglietta e sandali e ce ne andiamo in spiaggia. La prima caipirinha scatta quasi subito a un ciringuito sulla sabbia con musica dal vivo, piedi scalzi e luna piena.

Ceniamo sulla spiaggia al Torreya, nel più antico ristorante di Playa del Carmen, una baracca con tavoli in plastica senza tovaglia e senza la minima cognizione di normative igienico sanitarie. In barba ad ogni prescrizione e alla marea nera del Golfo del Messico, ci spariamo un vassoio di pesci, crostacei e molluschi arrostiti con accompagnamento di salsine piccanti e tortillas fritte. Divine.

Prima di andare a letto un ultimo drink. Per la precisione 5 tequila con lime e sale come usa da queste parti.

Passeggiando per il lungomare e osservando le casette basse tutte uguali, si capisce che questa zona è stata edificata tutta nello stesso momento. E’ molto carina e pulita ma dà l’impressione di essere un parco giochi per americani. Il vero Messico lo incontriamo andando un po’ più lontano dal mare. Gente che lavora, che ozia, che compra e che vende. In ogni caso gente vera che vive non solo per i turisti.

Il giorno dopo ci dirigiamo a Tulum. Famosissima per il sito archeologico Maya e per i resort di lusso sulla spiaggia. Un luogo incantato dove il turchese del mare contrasta con la spiaggia bianchissima e il verde dei prati dell’area archeologica con torri a picco sul mare.

Decidiamo però che il relax ce lo concederemo a fine vacanza, così prenotiamo per gli ultimi tre giorni un bungalow sulla spiaggia del resort “la vita è bella”. Il nome è orribile, ma il posto merita ed è vicino a un baretto che cucina aragoste arrostite da sballo.

Proseguiamo quindi verso l’interno, in direzione Cobà, dove c’è un enorme sito archeologico con la piramide di Nohohc Mul, 42 m di altezza e 45 scalini da salire.

La parete della piramide è quasi a picco e la salita è faticosa, ma il panorama da sopra merita assolutamente.

Vorresti non scendere mai…anche perché la discesa è ben più ardua della salita, infatti ci si aiuta con delle corde.

Fuori dal sito c’è un laghetto dove, pare, abitino i coccodrilli ma noi non li abbiamo visti. Abbiamo invece visto il pollo cucinato sapientemente da Mariano, un tipo simpatico nel suo ristorantino proprio sul lago. Tacos di pollo e pollo pilbil (una preparazione tipica cotta sotto la cenere nelle foglie di banano). Tortillas fritte con salsa di habanero, piccante da piangere…o da spegnere nella cerveza!

Sazi e contenti ci rimettiamo in marcia e dopo pochi km lasciamo la regione del Quintana Roo e entriamo nello Yucatan.

Arriviamo così a Chichenitza, giusto in tempo per vedere lo spettacolo in notturna di luci e suoni della rievocazione dei riti Maya. Molto suggestivo, soprattutto per la luna piena esagerata che è sorta da dietro le piramidi. Dormiamo a Pistè al Piramide Inn per 500 $M, squallido ma pulito e con una piscina che ha un suo perché.

La mattina dopo ci concentriamo sul sito archeologico di Chichenitza. Arriviamo molto presto per godere del sito ancora avvolto nella nebbia e nel silenzio prima che venga preso d’assalto dai turisti e dai venditori ambulanti. L’area è bellissima. I prati sono molto curati e le piramidi ben tenute, molto suggestive e imponenti.

Dopo la visita ci dirigiamo a ovest, verso Merida passando per Cuzma, attraverso una strada secondaria tra piccoli villaggi molto “veri”. In uno di questi ci fermiamo a mangiare del pollo asado al Cristal, una baracca davvero essenziale. Inutile parlare dell’igiene del posto, ma il pollo aveva un sapore che non dimenticherò mai.

Dopo strade impervie e sperdute arriviamo a Cuzma per vedere i famosi cenotes. E’ un avamposto da far west, con baracche, botti, cavalli e qualche indigeno.

Ci dicono che per 200$M ci portano a visitare tre cenotes. Ci fanno salire su un carretto di legno trainato da un cavallino malconcio su rotaie, che dopo una mezz’ora di viaggio rumorosissimo nella polvere in mezzo alla foresta, ci porta all’ingresso del “paradiso”.

I cenotes sono un’esperienza incredibile, che è difficile da comprendere senza viverla. Sono pozzi di acqua dolce sotterranei, di un celeste chiarissimo in cui gli alberi hanno radici aeree .

Raggiungere l’acqua è complicato, ci sono gradini scivolosi, passaggi su ponti dondolanti o ci si deve calare nel buio con scale a pioli. Ma una volta toccata l’acqua è come sentirsi battezzati una seconda volta. Un’acqua fredda e pura che spalanca a un nuovo mondo, a una nuova percezione del concetto di immersione.

Lasciato questo modo magico, proseguiamo per Merida, la capitale dello Yucatan, dove pernottiamo all’hotel Dolores Albs. La città è abbastanza caotica ma la piazza è davvero bella, piena di baretti, dove il rito dell’aperitivo si esprime al meglio. Palazzi colorati in pieno stile messicano e negozietti di artigianato tipico, molto interessanti.

La mattina dopo decidiamo di spingerci ancora più a ovest, per vedere il mare sul Golfo del Messico a Celestum. Qui per 700$M noleggiamo una barca con conducente che ci porta lungo la laguna fino a un banco di fenicotteri rosa.

Uno spettacolo impressionante. Migliaia di fenicotteri che da lontano formano un grande muro rosa.

Man mano che si avvicina si capisce che sono uccelli bellissimi ed eleganti, che al nostro passare si alzano in volo per offrire tuttsi in tutta la maestosità.

Sulla spiaggia di Celestun ci concediamo un pranzetto a base di ceviche di granchio, un piatto abbastanza tipico a base di crostacei bolliti e conditi con molto cilantro, un prezzemolo riccio esageratamente aromatico. Si sente che siamo sull’oceano. Il vento è gelido e incessante. Ce lo lasciamo alle spalle mentre ritorniamo verso l’interno, direzione Valladolid.

Anche stavolta percorriamo una strada secondaria che attraversa villaggi poverissimi ma pieni di gente vera. Intere famiglie viaggiano nei cassoni dei pickup. Ragazzini sfrecciano su motorini con il passeggero seduto sulla ruota davanti e bambini, tanti bambini che giocano in strada.

La città di Valladolid ruota tutta intorno alla piazza della cattedrale, mentre le stradine laterali sono tutte un brulicare di piccole attività commerciali. Ciabattini, ferramenta, venditori di frutta, parrucchieri, panettieri. Pochissimo turismo e in prevalenza destinato a un mercato locale. Ovviamente mettiamo alla prova le qualità dei barman del luogo.

Dormiamo al San Clemente per 490$M e di buon mattino ci rimettiamo in marcia in direzione Tulum dove il nostro tour de force, che ci ha fatto macinare più di 1200km in quattro giorni, finirà sulla bianca spiaggia caraibica.

Arriviamo a Tulum nel primo pomeriggio e prima di abbandonarci al sole, visitiamo il sito archeologico. Davvero suggestive le rovine bianche in riva al mare turchese, ma il tutto ci sembra un po’ finto. Una esagerazione di bancarelle, di artisti di strada improvvisati, di finti Maya con scimmietta e iguana che ti propongono la foto. Notevole la spiaggetta interna al sito dove si può spezzare la visita alle rovine con un tuffo ristoratore.

Sul far della sera decidiamo che della cultura Maya ne sappiamo abbastanza ed è’ arrivato il momento del vero relax. La nostra cabana è sulla spiaggia, sferzata dal vento che riempie il terrazzo di sabbia.

Con una lunga passeggiata verso nord raggiungiamo un baretto che ci delizia con tre margaritas a testa e un piattone di camarones empanizados divini.

La mattina dopo ci svegliamo all’alba e i colori sono incredibilmente violenti.

La colazione del resort è fantastica, in pieno mexican style: fagioli, guacamole, cipolla e succo d’ananas fresco sublime. La giornata scorre lenta tra un lettino e una passeggiata sulla spiaggia. A sera due aragostine e qualche cocktail con un tramonto meraviglioso.

Di notte il cielo di Tulum è particolarmente buio e le stelle incredibilmente luminose e tante! Nella costellazione di Orione riusciamo a scorgere altre stelline mai viste prima.

E’ tutto fantastico, tutto troppo rilassante…infatti dopo solo due giorni decidiamo che in realtà questa vita da spiaggia non fa per noi, così facciamo i bagagli e ci mettiamo di nuovo in marcia in direzione nord, verso Bahia Soliman. Trovare la traversa che porta alla spiaggia non è stato facile. Si oltrepassa l’iperchic hotel Villa Iguana, una serie di villoni da super ricchi e un cancello con un divieto di accesso vicino al quale c’è una donna intenta a lavare i panni in una vecchia vasca da bagno. Le chiediamo indicazioni per la spiaggia e lei non solo ci lascia passare ma ci dice che può anche cucinare per noi. Arriviamo così su una spiaggia enorme tutta di coralli e conchiglie frantumate, praticamente un cimitero di barriera corallina, molto diversa dalla bianca e fine di Tulum.

 

Siamo finiti in un universo parallelo fuori da qualsiasi itinerario turistico e molto lontano dalla strada principale. Pensando che questo per noi è il vero lusso, ci concediamo un tuffo in un mare “tutto per noi” mentre a riva gli indigeni arrostiscono aragoste e friggono pesci sul fuoco di legna.

 

Tra una portata e l’altra ci rilassiamo sulle amache legate tra le palme.

Una giornata veramente esclusiva!

Prima del tramonto ci mettiamo in marcia perché non sappiamo dove ci fermeremo a dormire. Proviamo ad Akumal, ma l’unico albergo non ci convince così ci spingiamo più a nord fino a Playa del Carmen. Troviamo posto all’hotel Plaza che per 400$M ci da una bella camera con balcone, un vero affare. Dopo doccia e abbondante doposole scendiamo a fare una passeggiata e ci mettiamo in cerca di un bar che non sia troppo “trappola per turisti”. Lo troviamo dopo una lunga passeggiata verso nord, alla 16 ave. Ordino un Margarita ma me ne arrivano due. Ci spiegano che è l’happy hour e che funziona così. Subisco.

La mattina ci svegliamo presto e ci mettiamo in viaggio verso Cancun da cui l’indomani partiremo. Ci fermiamo così a Puerto Moroles, tranquillo paesino di pescatori a 30 km dall’aeroporto. Ci sistemiamo alla Posada el Moro, vicino al porticciolo molto suggestivo. La giornata è bellissima e ci facciamo venire voglia di andare a fare snorkeling sulla barriera corallina. Mai idea fu più sbagliata… Come mettiamo piede in barca il cielo si oscura, il mare si gonfia e cala un freddo che a quelle latitudini non si è mai sentito. La famiglia danese con cui dividiamo la barca non sembra scomporsi. Dopo 20 minuti di sobbalzi e schizzi gelidi arriviamo in un punto in mare aperto segnalato da una boa. Il capitano ci intima di indossare l’attrezzatura e di immergerci. Piuttosto che restare in barca alla mercé del vento gelido, obbediamo e ci tuffiamo. Senza sole i colori della barriera non sono brillanti ma i coralli ci sono e anche dei bei pesci. I due danesi si alternano perché hanno in barca un bambino di 4 anni e un neonato, per cui la nostra immersione dura il doppio del tempo. Esattamente quello che ci vuole per farci venire una semi paresi alle mani con principio di congelamento. Il pianto della bambina di quattro anni e la mia disperazione avvolta in due asciugamani convincono il capitano a evitare di ibernarci sul secondo sito di immersione e di portarci a terra.

Dopo una doccia calda cambia la nostra visione del mondo. La cittadina è carina e due isolati a nord della piazza troviamo un bar che ci fa una buonissima guacamole con vista sul nostro ultimo tramonto messicano. Ceniamo alla Terrazza, un ristorantino un po’ messicano un po’ indiano con cibo buonissimo, che non avrei mai voluto finisse, così come la nostra ultima giornata di vacanza.

Dopo cena passeggiata d’obbligo sul molo e saluto al bellissimo mar dei caraibi che nel frattempo è diventato tutto nero ma in lontananza si scorgono le luci della vicina Cancun. Quanto siamo fortunati a stare da questa parte del mare, su un piccolo molo di un piccolo villaggio e non in un grande “villaggio turistico” nella metropoli messicana.

Sul volo di ritorno guardiamo le facce degli altri passeggeri e con qualcuno scambiamo due parole. Tanti sposini in viaggio di nozze che non si sono mai mossi dagli alberghi di Cancun o che non hanno mai deviato dalle gite organizzate. Quanto tempo sprecato e quante occasioni perse.

 

 

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