Mamma Africa, diario di viaggio in Senegal

Dakar è una città che colpisce subito per il suo brulicare di colori e per il suo viver lento.

Al mercato vicino al porto, scopro che si può anche barattare e io do il mio zaino in cambio di una borsa stupenda, ma compro anche alcuni batik lavorati a mano e altro. E’ risaputo che l’artigianato del Senegal è uno dei più belli d’Africa.  Da qui, partono i battelli che portano all’ Isola di Gorée. Circa 20 minuti di traversata per giungere su un’isoletta in stile coloniale, con casette dai colori pastello. Predominano le sfumature pallide del giallo, dell’arancio e del rosa.

 

Quest’isola dalle spiagge incontaminate, proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, però, racchiude in sé la sofferenza di uno dei pezzi più brutti della storia di tutti i tempi. La maison des eslaves. Qui venivano rinchiusi gli schiavi comprati nell’entroterra, destinati oltre oceano. La traversata di rientro a Dakar è un cumulo di emozioni tra le più svariate.

Sono  diretta Saly Portudal, sulla petite côte, una località di mare a sud di Dakar. Durante il tragitto, intorno a me, si apre la Savana con distese di baoab.

A pochi metri dal confine della spiaggia dell’hotel tra le piroghe colorate dei pescatori, spuntano davanti ai miei occhi  capanne e prefabbricati, una scuola e tanti bambini. Faccio amicizia con alcuni ragazzi, una maestra e una “vecchia matrona”. Mi dicono che ha più di 90 anni e che il punto di riferimento per tutti gli abitanti del villaggio. La saluto con rispetto e inaspettatamente e mi cede i suoi infradito fucsia. Ero scalza e il mio viso esponeva una certa sofferenza perché intanto la sabbia  era diventata terra polverosa che emanava un calore infernale. Quanta ospitalità, quanta gentilezza!

Passeggiando tra capre e cavalli legati ai pali e l’odore quasi stordente del pesce messo ad essiccare, scopro una piccola bottega di un artigiano. Realizza delle maschere bellissime.

A chiunque si trovi in Senegal, consiglio di visitare Lago Retba, detto Lago Rosaper il colore che assume. Si trova a 20 km a nord di Dakar, sulla grande cote, ma io trovandomi a Saly Portudal devo affrontarne circa 80. E sapete cosa significa affrontare tutti questi kilometri in Senegal? Significa che sembra non arrivare mai. Danka Danka, dicono gli abitanti nella loro lingua, il Wolof, “piano piano”, a passo di elefante è la velocità con cui il camion fuoristrada 6×6, mi conduce verso il Lago Rosa.

Quando qualcuno chiede alla guida il perché di una così dilatata lentezza nel fare un pò tutte le cose, la risposta semplice, Voi Europei avete l’orologio…Noi abbiamo il Tempo”.

La vista di questa grande laguna a pochi km dall’oceano lascia tutti senza fiato. E’ rosa davvero!

Lasciato il camion, salgo su una jeep 4×4. Sono circondata dal deserto di dune; il deserto del Sahara. Qui fino al 2008 si concludeva la Parigi-Dakar. La sabbia è soffice come ovatta, zucchero filato, come nuvole e dopo una grossa duna, all’ improvviso, si apre su un’ enorme spiaggia deserta, dove le onde che battono sulla battigia delineano il confine tra me e l’universo.

La Savana ha il suo fascino con il suo clima secco di marzo, ma la mia curiosità di visitare il sud del paese è più forte. Quindi, lascio a malincuore quel pezzo d’Africa e con un volo della Air Senegal, atterro all’aeroporto di Cap Skirring. 


Sono in Casamance,  una regione del Senegal meridionale, che sorge sul fiume Casamance. L’aeroporto di Cap Skirring è poco più di una capanna e le valigie imbarcate, vengono messe, ehm, “buttate”, direttamente sulla sabbia, all’interno di un nastro, messo solo a mo’ di perimetro affinché possiamo prenderle. Dopo aver riconosciuto il mio bagaglio che da rosso, è diventato marrone, salgo su un camion fuoristrada 6×6, anche qui, rigorosamente giallo e  mi dirigo verso la nuova sistemazione. Cap Skirring, ultimo avamposto al sud del Senegal a pochi “metri” dalla Guinea Bissau, è nota per le sue splendide spiagge, ma qui a differenza della zona di Dakar, il clima è più caldo umido e soggetto a forti sbalzi termici tra il giorno e la notte. Anche la vegetazione è diversa. Questa è una zona pluviale: non vedo più il deserto e i baobab, ma distese enormi di palmeti.
Come per ogni viaggio significativo, porto a casa qualcosa con me. In questo caso ho dentro i colori, gli odori, i sorrisi e la lealtà della gente; i panorami mozzafiato della Savana, i tramonti unici e il mal d’Africa che si acuisce ogni volta che  ritorno in questo continente così antico, così terreno, così materno.

di Valeria Saggese | fonte SalernoNews24